La Tecnologia

Tolto ogni alone mistico che circonda la parola tecnologia, quello che resta, nudo e crudo, è un convertitore: ogni tecnologia, sia pur concepita da un genio dell’umanità, non è altro che un convertitore di energia presa dal magazzino della natura. Nel processo di conversione l’energia fluisce attraverso la cultura e i sistemi organizzativi dell’umanità. Il flusso che passa viene usato a sostegno della vita e delle sue infrastrutture rendendo possibile mantenere una situazione di non-equilibrio. Al termine del suo scorrere l’energia finisce come rifiuto degradato, non più utilizzabile per impieghi successivi.

È un’ironia della sorte che, proprio mentre la tecnologia è diventata sempre più complessa e ha esteso il suo dominio sulla Terra, noi siamo arrivati a considerarla come un qualcosa di indipendente dalla natura, come se generasse la sua energia dal nulla o come se con un misterioso processo aggiungesse qualcosa alle sorgenti di energia ottenendone di più di quella che c’era in partenza. Di fatto la tecnologia non crea mai energia, semplicemente usa quella esistente e disponibile, e quanto più è pesante e complessa, tanto più ha bisogno di energia. Per quanto imponenti e impressionanti possano sembrare le nostre tecnologie, devono comunque sottostare agli imperativi del primo e del secondo principio della termodinamica, come qualsiasi altra cosa in natura. Ripetiamo quei principi: primo, la somma di materia ed energia nel mondo è una costante, nulla si può creare né distruggere ma soltanto trasformare; secondo, l’energia si converte sempre da uno stato utilizzabile a uno stato dissipato, ovvero da uno stato ordinato a uno disordinato. La tecnologia è il convertitore, né più né meno.

Per quanto tutto ciò sia quasi ovvio, continuiamo tutti a vivere nell’illusione che la nostra tecnologia ci liberi dai legami con l’ambiente, quando invece nulla è più lontano dalla verità. La vita non è un sistema chiuso, gli esseri umani, come tutti gli altri esseri viventi, sopravvivono solo in condizioni di scambio continuo con l’ambiente esterno e senza un continuo fluire di energie moriremmo tutti in pochi giorni. La tecnologia ci rende quindi ancora più dipendenti dalla natura, anche se fisicamente ce ne allontana, e diventiamo più dipendenti per la quantità sempre maggiore di energia che ci vuole per vivere secondo i modelli culturali e i nostri personali stili di vita.

Crediamo ancora che la tecnologia riesca a creare maggior ordine nel mondo, ma ancora una volta questo è solo un lato della verità perché la legge dell’entropia ci insegna che ogni volta che si usa energia libera si crea maggior disordine in qualche altra parte dell’ambiente circostante. Quando, per esempio, bruciamo combustibili fossili, l’energia viene dissipata sotto forma di anidride carbonica che si disperde nell’atmosfera e dà luogo all’effetto serra. Il massiccio flusso di energia presente nelle moderne società industriali crea inquinamento altrettanto pesante e accumulo di rifiuti nel mondo dove siamo costretti a vivere; insomma, più spingiamo la nostra tecnologia più veloce sarà il processo di trasformazione, l’energia disponibile si dissipa più in fretta e l’inquinamento e i rifiuti aumentano.

In breve, viviamo in una specie di incubo orwelliano, ci siamo convinti che il nostro modo di affrontare le cose creasse un mondo diverso da quello che in realtà abbiamo creato. Proprio come in 1984 di Orwell, dove tutti erano convinti che la guerra fosse pace e la menzogna fosse verità, così noi siamo arrivati a credere che il disordine sia ordine, che i rifiuti siano un valore e che il lavoro sia non-lavoro.

Mentre il mondo scivola sempre più a fondo nel caos, noi maturiamo una non-volontà di identificare l’origine dei problemi, ci chiudiamo ermeticamente nel nostro ginepraio tecnologico, difendendolo da ogni critica, senza renderci conto di cosa stia procurando all’ambiente in cui viviamo e ancor meno di cosa stia facendo a noi stessi. Continuiamo a legarci all’immagine di noi, coperti e protetti dalle nostre sicurezze anche quando in realtà siamo sempre più esposti e messi in pericolo da frammenti vaganti di un mondo di nostra fabbricazione.

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