La Difesa e la Guerra

La difesa

Una macchina militare pari alla nostra non si è mai vista al mondo.

Stando all’opinione pubblica americana, tutto questo è appena necessario. Dal giorno in cui le bombe giapponesi caddero su Pearl Harbor, gran parte di noi ha maturato la sensazione che l’aumento delle spese militari sia essenziale per la sicurezza nazionale. Inoltre, molti ricordano i tempi in cui Franklin Roosevelt ci fece uscire dalla depressione con i massicci investimenti militari, e per diversi decenni le spese per la difesa apparvero utili a tutta l’economia. In realtà, comunque cerchiamo di valutare le cose, appare sempre più chiaro che più si dedicano risorse ed energia alle spese militari, meno reale benessere e sicurezza ci ritroviamo. Come scriveva il noto analista della difesa Seymour Melman: «Lungi dal dipendere dalla produzione di armi per la nostra prosperità noi paralizziamo tutta la nazione prelevando la parte del leone delle nostre risorse per immetterle nel contesto militare».

Inoltre è dai tempi della seconda guerra mondiale che la difesa è l’istituzione che più di ogni altra nel Paese ha utilizzato capitali e tecnologia: per alimentarne l’infrastruttura più di metà dei ricercatori e ingegneri della passata generazione hanno lavorato, direttamente o con contratti militari, per il Dipartimento della difesa.

L’energia sottratta alla società dalle forze armate causa veri e propri terremoti sociali e il bilancio appare più che mai evidente se si guardano le statistiche mensili sulla disoccupazione. Una favola comunemente accettata è che gli investimenti militari creino posti di lavoro, ma in realtà una ricerca condotta dal Michigan Public Interest Research Group (Gruppo di ricerche di interesse pubblico del Michigan) ha portato alla conclusione che a ogni miliardo di dollari aggiunto al bilancio militare corrisponde una perdita di 11600 posti di lavoro in tutta la nazione, e ha anche mostrato che in ciascuno dei 26 Stati che comprendono il 60% della popolazione nazionale, a ogni incremento delle spese militari ha corrisposto un incremento della disoccupazione. La International Association of Machinists (il sindacato internazionale dei metalmeccanici), in una sua relazione interna, ha dimostrato che: «Un programma di spesa nel bilancio del Pentagono di 124 miliardi di dollari costa agli operai metalmeccanici più di 118.000 posti di lavoro civili. Se si sottraggono gli 88.000 posti di pari livello generati dalla spesa militare rimane una perdita netta di 30.000 posti di lavoro in un anno». Un altro rapporto presentato da Marion Anderson mostra che la crescita militare dal 1981 al 1985 è costata il posto di lavoro a 1.146.000 americani.

Può sembrare paradossale che investire denaro in produzioni di interesse militare possa produrre disoccupazione, ma il quesito è presto risolto se guardiamo alla natura dei posti di lavoro creati. I lavori generati dagli investimenti militari sono tutti ad alto impiego di capitale e forte intensità energetica, il lavoro umano rappresenta un ingrediente ben piccolo nella somma di fattori che portano a produrre le armi.

Le spese militari sono anche uno dei maggiori fattori di inflazione. Virtualmente ogni economista ammette che le spese militari tendono a generare inflazione perché mettono denaro in mano ai lavoratori senza ampliare il mercato con beni che potrebbero acquistare – essendo piuttosto limitata la vendita al dettaglio di missili e cose del genere – e pertanto trascinano verso l’alto i prezzi di altri beni quali automobili, frigoriferi e attrezzature meccaniche. Le produzioni belliche procurano inflazione per una regione ancora più importante. Sappiamo dal primo principio della termo-dinamica che la quantità totale di materia ed energia è costante: poiché il settore bellico consuma il 6% del totale dei consumi energetici nazionali e inoltre massicci quantitativi di minerali non rinnovabili, l’aumento di entropia rappresentato dalle installazioní militari, nel senso che quell’energia non è più disponibile a produrre altro lavoro utile, causa un restringimento delle scorte disponibili, che a sua volta infiamma l’inflazione. La risposta più ovvia a tutte queste considerazione è che, per quanto gli investimenti militari ad alta intensità energetica siano generatori di disturbo sociale per via della disoccupazione, dell’inflazione e dell’esaurimento delle risorse, almeno ci garantiranno un sistema di sicurezza nazionale senza eguali nella storia.Se traducessimo la potenza dell’arsenale nucleare mondiale in tonnellate di tritolo, a ciascuno degli abitanti di questo mondo, uomo, donna o bambino, per un totale di circa cinque miliardi, corrisponderebbero quattro tonnellate di esplosivo. Alcune delle nostre bombe all’idrogeno, valutate in megaton, supererebbero (ognuna di esse) la quantità totale di potere esplosivo di tutte le bombe cadute in tutto il mondo. Con il nostro magazzino atomico potremmo spazzare via cinquanta volte tutte le maggiori città, eppure produciamo ancora bombe atomiche.

Ogni dollaro speso per la difesa nazionale aumenta la tensione mondiale: ogni volta che gli Stati Uniti sviluppano una nuova arma, i sovietici si sentono minacciati e ne preparano un’altra come contro-misura, questo ci obbliga a rispondere, e così via.

Avere apparati bellici sempre più sofisticati significa avere zone di elevata concentrazione energetica. Se la storia degli armamenti ci può insegnare qualcosa, questa è la semplice verità: più si intensifica il flusso energetico e più gli armamenti diventano micidiali e sfuggono a un controllo responsabile. In certi anni l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti hanno speso un totale complessivo di venti miliardi di dollari all’anno per sviluppare nuove armi da guerra, solo negli Stati Uniti si stanno sperimentando ventimila nuove idee per lo sviluppo delle armi del futuro.

In questa corsa militare a incorporare sempre maggiori quantità di energia negli strumenti di distruzione, gli armamenti arrivano a gradi di complessità che sfiorano l’assurdo. Nonostante tutto, per quanto grande sia la nostra capacità distruttiva, mai nel passato la supremazia militare di un Paese è stata in equilibrio così precario. I soldati dell’antichità camminavano con l’aiuto del loro stomaco, nel senso che il cibo era la loro prima fonte di energia, i militari di oggi viaggiano con l’aiuto del petrolio, e il petrolio è una risorsa in via di esaurimento.

Anche se ci rendiamo ben conto del fatto che l’energia necessaria alle nostre operazioni militari deriva da fonti che si trovano all’estero, il nostro apparato bellico è diventato così specializzato che ben poco può essere fatto per fornirlo di fonti alternative di energia. Il 90% del petrolio impiegato dal diparti mento della Difesa è usato come <<combustibile per la movimentazione» negli aerei, nei sistemi missilistici e nelle navi. Si continua a progettare e costruire armamenti considerando implicitamente che potranno essere alimentati con prodotti petroliferi. Nel Ventunesimo Secolo le forze armate dovranno ancora dipendere dagli idrocarburi liquidi come carburanti.

Per compensare la sempre minore disponibilità di carburanti, le forze armate devono arrampicarsi sui vetri per sviluppare nuove fonti.

Le strutture difensive che diventano sempre più complesse e la nostra presenza militare che continua ad aumentare in tutto il mondo, richiedono sempre più energia soltanto per mantenere la burocrazia militare anch’essa in crescita.

Le spese militari rappresentano una tragedia di proporzioni monumentali. Finché le forze armate lotteranno per mantenere se stesse e i loro flussi energetici, continueranno a sottrarre energia alle correnti destinate alla società, esasperando altre problematiche energetiche come quelle legate alla povertà e alla fame. In tutto il mondo le nazioni stanno spendendo 400 miliardi di dollari all’anno in armamenti, circa un milione di dollari al minuto. Le guerre e la preparazione di guerre consumano circa il 10% della produzione mondiale di beni e servizi, equivalente all’intero prodotto nazionale lordo di metà della popolazione di tutto il mondo. Considerando gli 800 milioni di persone che sopravvivono a malapena con un reddito di 200 dollari all’anno, o anche meno, e i 20 milioni che ogni anno muoiono di fame, le spese militari ad alta intensità energetica diventano una vergogna. Se soltanto il 2% del bilancio militare mondiale di un solo anno fosse ridestinato, si potrebbe dare una stufa per cucinare e dar da mangiare a tutte le famiglie delle campagne del Terzo Mondo.

Infine si consideri che le guerre e la loro preparazione sono le forme più intensamente entropiche di attività umana: vi sono solo due cose che si possono fare con un missile, usarlo per distruggere o tenerlo fino a che diventa superato e smantellarlo. In ogni caso, dato che le risorse del pianeta, anche quelle che vanno a produrre armi, non sono infinite: <<Stiamo oggi rosicchiando e mangiando tutte le forme di energia e materiali disponibili sul pianeta lasciando solo le briciole alle nuove generazioni per gli armamenti e testate nucleari dei nostri giorni>>

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