La salute e la transizione energetica

L’Office of Technology Assessment (Istituto per la valutazione delle tecnologie) afferma che l’inquinamento atmosferico potrebbe essere la causa di 50.000 morti premature all’anno in USA.

Le prospettive per la salute nell’immediato futuro sono alquanto sinistre. L’Homo sapiens non è fatto per un ambiente invaso dalla petrolchimica e fortemente industrializzato, la nostra anatomia non è cambiata da quando gli esseri umani sono comparsi sulla Terra e, biologicamente, siamo adatti a un’esistenza da cacciatori-raccoglitori. Tutti i successivi stadi di sviluppo economico e sociale non hanno fatto che aumentare gli stati di tensione fisiologica nel corpo umano, togliendo continuamente qualcosa alle nostre possibilità di sopravvivenza come specie.

Molte malattie sono causate dall’ambiente e derivano dall’accumularsi dei rifiuti e da altre forme di energia dissipata, via via che aumenta l’entropia di un determinato sito ambientale. Non è difficile da capire: tutti noi sopravviviamo ricavando dall’ambiente energia disponibile e quando l’ambiente intorno a noi sarà soffocato e intasato dai rifiuti, bloccherà il flusso energetico e ci porterà in prossimità di uno stato di equilibrio.

Ogni ambiente energetico genera una sua forma particolare di energia dissipata. Questa energia dissipata, rifiuti compresi, viene assimilata in diverse proporzioni dai diversi gruppi sociali a seconda di come si sono sviluppate le linee di flusso. Per quanto sia vero che nel corso della storia umana la maggior parte delle malattie più gravi si è verificata indipendentemente dall’ambiente energetico, purtuttavia la maggior frequenza di certe malattie rispetto ad altre può essere attribuita a tre fattori determinanti: la specifica base energetica della civiltà che si prende in considerazione, la direzione in cui si sono sviluppate le linee di flusso e lo stadio a cui è arrivato il processo entropico.

L’idea secondo cui la genetica gioca un ruolo più importante di quello ambientale nello sviluppo e nella propagazione di certe malattie contiene una parte di mistificazione. Come mostra chiaramente René Dubos nel suo lavoro sull’argomento, Man Adapting, certi genotipi sono meno resistenti di altri a particolari malattie ambientali e pertanto sono più soggetti a contrarle, ma ancora una volta è la natura delle fonti energetiche, lo stato dell’entropia e il modo con cui si sono sviluppate le linee di flusso energetico a determinare la probabilità o meno di epidemia di una determinata malattia. Le malattie infettive, per esempio, erano quasi sconosciute tra le comunità di cacciatori-raccoglitori che erano piccole, estremamente mobili e vivevano all’aria aperta.

Negli ambienti agricoli, dove la popolazione è sedentaria e si vive a stretto contatto tra persone, animali domestici e piccoli roditori, le infezioni microbiche sono la causa principale di malattia. Quando le fonti energetiche si avviarono all’esaurimento con l’espandersi dei terreni agricoli, l’abbattimento delle foreste e l’erosione del suolo, gli habitat naturali divennero sempre più degradati favorendo la diffusione di certi microrganismi. Le infezioni che si svilupparono sono state il risultato delle situazioni squilibrate causate dall’intensità di certi flussi energetici.

Nella moderna società industriale la principale causa di malattie è l’energia esausta che si forma dalle fonti non rinnovabili. Come abbiamo detto, è più dimostrato che l’aumentata frequenza dei casi di cancro, di malattie cardio-respiratorie e di altre patologie croniche degenerative, va messa in relazione con le fonti non rinnovabili e segue a ruota l’incremento entropico dell’ambiente. Va detto infine che la frequenza delle malattie di questo tipo risulta diversamente distribuita tra i vari gruppi sociali della popolazione e dipende dalla loro posizione rispetto ai flussi energetici, cioè dal tipo di lavoro svolto, dall’energia che torna a loro come ricompensa (retribuzione), dai luoghi in cui vivono e dallo stile di vita che scelgono.

Nell’accumularsi di rifiuti e materiali esausti creati dagli intensi flussi di energie non rinnovabili, con una rincorsa a far crescere ogni tipo di disordine, si raggiungerà un punto in cui la popolazione non avrà più scelta e dovrà cambiare strada e tornare alle energie rinnovabili e agli usi limitati, oppure dovrà far fronte alle malattie e alla morte in proporzioni epidemiche.

Si stanno già attivando i segnali di guardia. L’aumento di emissioni di gas serra (CO₂, metano, Cfc e protossido d’azoto) sta creando il contesto per una diffusione di malattie che potrebbe devastare un gran numero di specie. L’intensificarsi dell’effetto serra sarà accompagnato da un disastroso aumento di casi di cancro e di malattie cardio-respiratorie quando miliardi di persone in tutto il mondo resteranno come intrappolati dal calore, dai gas di scarico dei combustibili fossili e da tutte le altre emissioni di fumi industriali.

Non è facile passare da una visione del mondo meccanicistica, basata sull’idea di una crescita materiale indefinita, a una visione del mondo entropica, basata sull’idea di non depauperare le risorse finite. Supponiamo di continuare ad agire come abbiamo fatto finora ma di aver visto giusto nel prevedere le conseguenze: avverrà che la crisi energetica e l’esasperarsi dell’effetto serra spingeranno le popolazioni a chiedere conto ai governi nei prossimi decenni, onde ottenere risposte che cambino la situazione. Non vi saranno più allora progressisti o conservatori, falchi o colombe, ma soltanto milioni di disperati che cercheranno a ogni costo un sollievo alle loro sofferenze. Sono avvenimenti da non collocarsi sempre e comunque in un lontano futuro, potrebbero verificarsi da un momento all’altro.

Sarà però difficile trovare alternative ai metodi con cui si amministra oggi l’energia. La transizione dalle civiltà dei cacciatori-raccoglitori alle civiltà agricole ha richiesto migliaia di anni e il cambiamento dal mondo agricolo a quello industriale ne ha richiesti centinaia. In entrambe i casi poi una quantità di tempo è stata spesa perché la visione del mondo cambiasse così radicalmente, da permettere a tutti di potersi adattare alla nuova situazione economica. Oggi ci troviamo costretti a compiere il passaggio dall’era industriale delle risorse non rinnovabili a una nuova età, ancora non ben definita, ma comunque basata come una volta sulle fonti energetiche rinnovabili, e dovremo fare questa transizione in poco più di una generazione. Dovremo cambiare radicalmente la nostra visione del mondo in pochissimo tempo e per avere successo dovremo esercitare una puntigliosa determinazione, una militanza se preferite, di proporzioni ciclopiche.

Quando ascoltiamo i sostenitori dell’energia solare che esaltano i grandi benefici a cui andremmo incontro passando dalle fonti non rinnovabili all’utilizzo della radiazione solare, siamo convinti che questo cambiamento possa avvenire senza rivoluzionare il nostro stile di vita, e invece non è così: le tecnologie e il quadro istituzionale sono specifici di ciascun contesto energetico. I convertitori di energia che, tutti insieme, costituiranno la civiltà dell’era solare saranno del tutto diversi da quelli di oggi, ancora appartenenti all’era dei combustibili fossili.

Rendiamoci conto che dire era industriale è solo dare un nome ai convertitori che abbiamo installato per usare le fonti energetiche non rinnovabili, quelle sulle quali siamo sopravvissuti finora. Sia che parliamo del flusso energetico in ambiente socialista o capitalista, la realtà è che tutti i Paesi industriali possono continuare a esistere soltanto grazie alle energie non rinnovabili a cui è legata la loro economia. Se nulla cambia, la fine dell’energia non rinnovabile sta preparando la fine contestuale dell’era industriale. Svanite le scorte di energia non rinnovabile, l’intera sovrastruttura economica che su di esse era stata costruita comincerà a crollare. Già le crepe diventano visibili e per quanti tentativi si facciano non avremmo neppure scorte di energia sufficienti a ripararle tutte.

Questa è la dura realtà che ogni abitante del pianeta dovrà alla fine trovarsi di fronte.

L’era solare verso cui ci stiamo avviando avrà un funzionamento differente dall’attuale era industriale, almeno nella misura in cui la nostra civiltà è diversa da quella medioevale che l’ha preceduta. Una traversata veramente ardua ci aspetta: la transizione dalle fonti non rinnovabili a quelle rinnovabili rappresentano un obiettivo di immensa portata per tutta la civiltà. II mondo dell’effetto serra ci mette tra le mani tutta la violenza di una realtà che minaccia di compromettere seriamente ogni possibilità di fare il salto da una delle grandi età dell’uomo alla prossima.

L’effetto serra e il riscaldamento globale hanno un andamento che non può invertirsi nel breve periodo, ma potrebbe essere rallentato fino al punto di permettere alla nostra specie di sopravvivere alcuni decenni in più per potersi riadattare al cambiamento epocale di economia e di clima che attende il pianeta. Guadagnare anche solo pochi decenni di tempo prezioso significa un’alternativa tra sopravvivenza ed estinzione per buona parte della vita e della civiltà.

Non esiste un rimedio tecnologico al fenomeno dell’effetto serra, la sola soluzione possibile consiste nell’eliminarne la causa. Sia alla conferenza di Bellagio, tenutasi in Italia nel 1987, sia a quella sui cambiamenti atmosferici di Toronto, in Ontario, del 1988, scienziati provenienti da tutto il mondo si trovarono d’accordo nell’affermare che la prima questione da affrontare era una radicale diminuzione delle attività che richiedono di bruciare combustibili fossili – carbone, petrolio, gas naturale tutti quanti in grado di generare emissioni di CO,. L’obiettivo sarebbe una riduzione del 50% o più nell’impiego di combustibili fossili entro l’anno 2015. Per raggiungere un obiettivo del genere i governi devono subito promuovere programmi almeno per incrementarne l’efficienza e renderli operativi. I primi a partire dovrebbero essere gli Stati Uniti e i Paesi dell’ex Unione Sovietica, che incidono per circa il 45% di tutto il pianeta sulle emissioni di CO2 da combustione.

Ridurre della metà l’impiego di combustibili fossili in meno di tre decenni richiederà giganteschi cambiamenti nel tipo di scelte e priorità economiche, militari e politiche, cambiamenti così straordinari da richiedere una mobilitazione mondiale su scala mai sperimentata in tutta la storia. L’obiettivo appare ancor più difficile da raggiungere se si pensa che molti economisti già stanno prevedendo un raddoppio delle emissioni di CO₂ nei prossimi decenni, tenendo conto delle proiezioni di sviluppo economico.

Migliorare l’efficienza energetica può rivelarsi una lunga strada verso la riduzione delle emissioni di CO2 non necessarie. Può essere interessante notare che l’efficienza energetica, anche nelle nazioni industrializzate, è molto diversa da Paese a Paese. Gli Stati dell’ex Unione Sovietica e alcuni Paesi dell’Europa orientale hanno strutture industriali inefficienti dal punto di vista energetico: se i loro standard di vita raggiungessero quelli occidentali, i consumi energetici per persona potrebbero raddoppiare. Anche tra le potenze industriali dell’Occidente l’efficienza energetica non è uniforme: il Giappone, per esempio, consuma la metà di energia per persona rispetto agli Sta-ti Uniti, pur avendo un livello di vita paragonabile.

Le più grandi nazioni che ancora utilizzano fonti di energia non rinnovabili come il petrolio, purtroppo sono le più esposte e obbligate a sostenere colossali cambiamenti sia a livello economico, industriale, sociale, politico e militare. Per cui come si vede attualmente dalla cronaca, viene usata da loro la guerra come soluzione estrema alla resistenza alla transizione e ai necessari cambiamenti che dovrebbero le loro istituzioni instaurare verso una società più solare con utilizzo di energie rinnovabili. E’ un problema mondiale che tutti noi dovremo prendere in considerazione e fare i conti scegliendo soluzioni per la pace e non per la guerra.

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